La relazione medico–paziente e il consenso informato.

 


La relazione medico – paziente tradizionalmente asimmetrica e contraddistinta da un rapporto in cui predominava la figura del medico è definitivamente superata. A torto o a ragione il paziente crede di essere più competente in materia medica e pretende di posizionarsi sullo stesso piano del medico. Detta

 pretesa 

non deve essere soddisfatta

per semplificare l’approccio o per mere questioni di marketing ma per

ché il risultato dell’intervento del curante si fonda sulla completa fiducia e collaborazione con il suo paziente. O

ccorre quindi saper comprendere la realtà psicologica del paziente, poiché dietro ogni patologia vi è un vissuto psicologico che occorre analizzare e vi è una persona che si trova ad essere spesso smarrita, attonita, vulnerabile e che ha bisogno di conforto e sostegno. Una visione questa che richiama il Modello Patient Centred che mette al centro dell’intervento medico la persona con la sua storia, l’obiettivo è curare il malato non la malattia. Il medico comunica attraverso il proprio modo di essere, il suo stile personale, la sua capacità empatica ed il paziente coglie la sua umanità e la sua capacità di assicurare una comunicazione efficace.
Tutto ciò si condensa nel consenso informato non come un mero atto burocratico bensì come una modalità stabile di comunicazione: deve poter arricchire gli aspetti più tecnici della pratica professionale con delle competenze comunicative integrate.
In particolare, deve assumere la consapevolezza che il consenso informato è garante del rispetto della persona, ex Art 13 e 32 Costituzione Italiana, così come esplicitato nella Legge 22 dicembre 2017, n. 219 in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento (GU del 16 gennaio 2018, n. 12) ove si

legge che ”È promossa e valorizzata la relazione di cura e di fiducia tra paziente e medico che si basa sul consenso informato nel quale si incontrano l’autonomia decisionale del paziente e la competenza, l’autonomia professionale e la responsabilità del medico. In tale relazione sono coinvolti, se il paziente lo desidera, anche i suoi familiari o la parte dell’unione civile o il convivente ovvero una persona di fiducia del paziente medesimo”.
Il medico “garantisce alla persona assistita o al suo rappresentante legale – si legge nel Codice di Deontologia Medica (art. 33 CDM) – un’informazione comprensibile ed esaustiva sulla prevenzione, sul percorso diagnostico, sulla diagnosi, sulla prognosi, sulla terapia e sulle eventuali alternative diagnostico-terapeutiche, sui prevedibili rischi e complicanze, nonché sui comportamenti che il paziente dovrà osservare nel processo di cura”.
Ciò da un lato impegna il medico ad attenersi ad una comunicazione agile, non tecnicistica, alla portata del paziente, completa e comprensiva di tutte le problematiche del caso, ma impegna anche il paziente al rispetto di quanto concordato nella fase di acquisizione del consenso informato: il paziente è responsabile se non segue le cure (III Sez Cassazione 11637/maggio 20); ciò vuol dire che occorre anche seguire l’ad

erenza o meno alle cure del paziente e il rispetto delle regole di assunzione di uno stile di vita che non vada a compromettere le cure o il recuperato stato di salute.
Il medico deve però essere in grado di adeguare la comunicazione alla capacità di comprensione della persona assistita o del suo rappresentante legale, corrispondendo a ogni richiesta di chiarimento, tenendo conto della sensibilità e reattività emotiva dei medesimi, in particolare in caso di prognosi gravi o infauste, senza escludere elementi di speranza.